Sette mesi e venti giorni. Tanto è passato dall'ultimo aggiornamento, un piccolo record nella storia di questo blog. Gli ignari-e probabilmente sempre più esigui- lettori si staranno chiedendo cosa sia successo. Già, cosa è successo nel frattempo? Risposta breve: tutto. Cose belle in massima parte. Ad esempio a luglio mi sono laureato a pieni voti in lettere con una tesi su Nineteen Eighty-Four e la letteratura anti-utopica (ed ecco spiegata la foto in cima al post). E non è neanche lontanamente la cosa migliore che mi sia capitata.
Ma la domanda più importante in questo momento e in questo contesto è: cosa succederà al blog? Risposta rapida: non lo so. Mi frullano varie idee per la testa, da un lato sono tentato di chiudere tutto e ricominciare daccapo e diversamente altrove, dall'altro potrei semplicemente rinnovare questo spazio eliminando quelle cose (recenti o passate) in cui non mi riconosco più. Staremo a vedere. Ad ogni modo è un periodo interessante per me.
E concludo con una strip di Calvin and Hobbes del grande Bill Watterson che ha al contempo molto e poco a che fare col contenuto di questo post.
"Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch'io."
Siamo nel 1964. Walt Disney(all’anagrafe Walter Elias Disney) ha già prodotto, e in alcuni casi diretto, decine di film d’animazione fra cortometraggi, Silly Symphonies e lungometraggi di incredibile successo; i suoi personaggi più celebri sono già entrati a far parte dell’immaginario collettivo di mezzo mondo e, meno di dieci anni prima, il colorato e rutilante universo da lui creato ha fatto irruzione nella realtà di milioni di americani grazie alla fondazione del primo parco a tema della storia, Disneyland.
Per farla breve, l’ex ragazzotto di Chicago (Illinois) è ormai a capo di un impero che va sotto il nome di Walt Disney Productions e che si è imposto come primo produttore al mondo di intrattenimenti per famiglie.
Ma dicevo, siamo nel 1964 e dopo tanti e tali successi lo zio Walt inizia a covare una nuova grandiosa ossessione, il cosiddetto “Florida Project”. Così, quello stesso anno, la Walt Disney Productions acquista tramite società fittizie la bellezza di 27,800 acri di terreni paludosi fra le città di Orlando e Kissimmee (in Florida ovviamente) e fa modificare a suo favore la legislazione dello stato fino ad ottenere un controllo quasi governativo del territorio.
« Qui c'è abbastanza spazio per realizzare tutte le idee ed i progetti che abbiamo in mente. » dirà lo stesso Disney e infatti quei terreni paludosi, opportunamente bonificati, diverranno l’attuale Walt Disney World Resort che racchiude ben quattro parchi tematici, due parchi acquatici, hotel, campi da golf e aree commerciali.
Nelle intenzioni di Disney il cuore di questo complesso sarebbe dovuto essere il cosiddetto EPCOT o Experimental Prototype Community of Tomorrow, ipotetica comunità del futuro concepita come una città iper-tecnologica in cui gli abitanti avrebbero potuto vivere e lavorare sfruttando tecnologie sperimentali e avanzate mentre, in parallelo, un team di scienziati avrebbe sviluppato e testato nuove tecnologie e nuovi servizi per migliorare la vita e la salute dell’uomo (giovandosi, ovviamente, dell’osservazione diretta della comunità).
Impostata secondo un innovativo (almeno per gli Stati Uniti) schema radiale la città sarebbe stata collegataal circostante World Disney World Resort tramite una monorotaia (sistema di trasporto introdotto dallo stesso Disney per altro) mentre i trasporti interni sarebbero stati garantiti dal WEDway PeopleMover un sistema di trasporto in costante movimento che avrebbe risolto qualsiasi problema di mobilità (1). L’approvvigionamento di materie prime sarebbe avvenuto invece grazie ad una rete di trasporti sotterranea.
Il centro della città avrebbe ospitato le aree commerciali ed un grande hotel e a sua volta sarebbe stato circondato da due aree residenziali (una prima ad alta densità abitativa ed una seconda a bassa intensità abitativa) separate da una cintura verde dotata di parchi, aree ricreative ecc.
Ma tornando agli abitanti,nessuno di essi sarebbe stato proprietario della casa in cui avrebbe abitato né tanto meno del territorio su cui essa sorgeva, ufficialmente per garantire un certo “ricambio tecnologico” all’interno delle abitazioni, ufficiosamente per esercitare un controllo maggiore sulle aree residenziali. Al contempo a tutti gli abitanti sarebbe stato garantito un posto di lavoro (all’interno dei parchi a tema, nei centri commerciali e così via) in modo da evitare squilibri socio-economici nell’ambito della città stessa.
Per esporre le sue teorie e sensibilizzare industrie e imprenditori americani, nell’ottobre del 1966 a soli due mesi dalla sua morteDisney produsse un film di circa 30 minuti sull’EPCOT (2) in cui lo stesso Disney tramite concept art e semplici animazioni mostrava come la sua agognata città del futuro si sarebbe sviluppata, sottolineandone pregi e potenzialità. Tutto questo senza nascondere l’auspicio che chi avesse visitato la sua comunità del domani avrebbe poi replicato e adottato le tecniche osservate nella propria città di provenienza.
Walt continuò a lavorare al suo progetto anche durante la fase terminale del cancro che lo uccise (per la precisione: cancro ai polmoni) ma la sua visione era destinata a non realizzarsi e a nulla valsero i successivi sforzi del fratello Roy e di parte della Walt Disney Company.Unica testimonianza, in scala assai ridotta, della futuristica città del domani sognata da Disney è il parco di divertimenti denominato EPCOT center aperto nel 1982 all’interno del già citato Walt Disney World Resort.(3)
Detto questo, in linea con la nuova etichetta del blog e con il titolo del post mi permetto, per la gioia dei complottisti alla lettura, di fare un po’ di fantapolitica. Quindi, se fino a questo momento mi sono attenuto rigorosamente ai fatti e ai documenti ciò che leggerete d’ora in avanti non sarà altro che una serie di ipotesi ardite e considerazioni fantasiose condite da una buona dose di pseudo-fantascienza distopica.
Ecco la mia teoria: nel corso della sua vita lo zio Walt si è impegnato in una serie di attività sempre più variegate e complesse, muovendosi principalmente nel campo dell’intrattenimento per le masse ma promuovendo al contempo ricerche tecnologiche e scientifiche apparentemente subordinate alla macchina dell’entertainment di cui sopra (4). Agendo in questo modo Disney è diventato in breve tempo il più grande “venditore di felicità” di tutti i tempi, ma quanto possiamo essere sicuri che questo obbiettivo fosse, per lo meno nelle intenzioni, la tappa finale del percorso del grande imprenditore statunitense?
Per come la vedo io Walt perseguiva un progetto assai più esteso e complesso ovvero l’instaurazione su scala mondiale della sua personalissima utopia di cui i progetti per l’EPCOT sono l’emblema più eloquente.
In quest’ottica è facile considerare gli sforzi nell’ambito dell’intrattenimento come il primo ed importante tassello di questo progetto, come una prima tappa finalizzata a radicare nell’immaginario collettivo un modo di pensare, di mediare i conflitti, di vedere il mondo, di concepire la felicità. Insomma, quello che in ambito socio-politico, specie in relazione ai totalitarismi, si definisce “creare il consenso”.
Se ci atteniamo allo stato attuale delle cose è difficile sostenere che Disney e co. abbiano mancato l’obbiettivo, con milioni di ragazzine che sognano una vita come quella delle principesse protagoniste di alcuni dei più celebri lungometraggi disneyani, col senso della tragedia andato a farsi benedire grazie a una serie interminabile di finali lieti e consolatori, con la fantasia preconfezionata, standardizzata e venduta in scatole dai colori sgargianti. Per non parlare di marchi e simboli impressi indelebilmente nella memoria di ciascuno di noi.
Lo so, lo so, discorso a dir poco cinico e velenoso ma non mi andava di parlare di profitti.
Passiamo ora alla seconda tappa del “progetto utopia”: creare uno stile di vita, un modo di concepire la società, il lavoro e il rapporto con l’ambiente naturale. Ancora una volta torna in ballo l’EPCOT, modello di città altamente automatizzata, con un’organizzazione di matrice vagamente comunista. Immaginare come sarebbe andata se lo zio Walt fosse riuscito a concretizzare questo progetto ci porta dritti alla terza e conclusiva tappa del percorso.
Terza tappa: reso funzionante e funzionale alle esigenze umane il modello di città e lo stile di vita di cui sopra non resta che diffonderlo il più possibile. Come scrivevo poco più sopra lo stesso Disney auspicava che il suo progetto fosse ripreso e applicatosu larga scala e spese gran parte delle sue ultime energie tentando di persuadere le più grandi industrie americane e gli imprenditori ad investire nell’EPCOT e a mettere le loro migliori invenzioni e tecnologie al servizio della città del domani.
Non è difficile, a questo punto, immaginare un ordine mondiale basato su tale modello, una società che vive felice, nel senso disneyano del termine, lavorando e divertendosi nel senso disneyano del termine, in un modo perfetto, nel senso disneyano del termine.
Milioni di individui che al mattino si svegliano sulle note di “When you wish upon a Star”, che dopo aver indossato la loro tenuta da lavoro (t-shit nera, pantaloni rossi con bottoni gialli, cappellino con visiera e simpatiche orecchie tonde) escono dal proprio appartamento automatizzato e, fischiettando allegramente, raggiungono gli shopping center, i parchi a tema e i fast food in cui sono impiegati. Tutto questo mentre la voce registrata dello zio Walt viene fuori da altoparlanti che augurano a tutti una splendida e produttiva giornata ricordando il principio alla base della filosofia disneyana “Ifyou can dream it, you can do it”.
Oh, mirabile nuovo mondo!
Perché se è vero che il titolo del post echeggia il Big Brother orwelliano, ancor più vero è che la grande utopia disneyana qui ipotizzata sembra assi più affine al mondo perfettamente felice e funzionante descritto da Aldous Huxley in quel capolavoro imprescindibile e necessario che è “Brave New World” (in italiano: “Il mondo nuovo”).
Un romanzo che nella sua disarmante bellezza, attraverso le difformi esistenze dei suoi protagonisti rappresenta un monito dolorosamente attuale.
Perché bisogna aver paura anche delle utopie.
Note:
(1)IlPeopleMover diverrà in effetti un’attrazione all’interno di Tomorrowland ed è citato anche nell’ultimo lungometraggio Pixar, Wall-E.
(4)All’esposizione mondiale di New York del 1964/1965 Disney occupa ben quattro padiglioni presentando attrazioni inedite e strabilianti fra cui i celeberrimi animatronics.
Per capire di cosa si tratti date un'occhiata QUI (e se lo capite, davvero, ditelo anche a me che sono ancora qui che mi arrovello), per vedere i contributi dei poveri stolti costretti dal suddetto De Felici a prendervi parte invece clikkate QUI.
Ecco il mio contributo:
C'è chi dice che son stato oltremodo paraculo ma è evidente che non sa di cosa sta parlando. Primo perchè vorrei veder voi a disegnare una mosca così realistica, secondo perchè la mia prima idea era di inviare la vignetta in bianco limitandomi ad apporvi la firma (che poi è ciò che facevo coi compiti di matematica al liceo), quello sì sarebbe stato un gesto paraculo per quanto artisticamente rivoluzionario.
La mia vita è stata una serie di incredibili gesta sulle quali avrei un sacco di cose da scrivere. Ma francamente, non credo sia affar vostro. Quindi non impicciatevi.
"Non ti impedirò di partire, ma non so se potrò mai perdonarti. Joachim ci lascerà, lo so, e sono pronta. Tu no. Resta senza dubbio un po' di tempo prima che le ombre lo prendano. Quegli ultimi momenti con mio figlio, questo tempo...io te lo dono. Perchè voi possiate separarvi...con il cuore in pace.
Perderò un figlio...spero che non ci perderemo anche noi." Tre Ombre di Cyril Pedrosa